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1a PARTE
IL TRAGUARDO DI MEZZO SECOLO (1910 - 1960) Atto di Nascita (1910)
L’alba del calcio
COMUNICATI UFFICIALI della F.I.G.C. Seduta 1° Febbraio 1910 . . . (omissis) . . .
Da lontani precedenti al primo Campionato Emiliano
IL PRIMO CONSIGLIO DIRETTIVO DEL COMITATO REGIONALE EMILIANO
Il Comitato Veneto - Emiliano Il C.R.E. rinasce due volte
Il nuovo "Comitato Regionale" (1919 - 1926)
Lo "scisma" federale
Avviata così la ripresa, nella stagione 1919-20 l’Emilia potè finalmente organizzare tutti i tornei previsti dall’ordinamento dell’epoca: la 1.a Categoria regionale vedeva in lizza sei compagini (due delle quali passavano al turno nazionale per l’aggiudicazione del titolo di Campione d’Italia); cinque squadre giocavano in 2.a Categoria e tredici in 3.a. Inoltre, pur senza disputare campionati, risultavano affiliati diversi altri clubs, tra i quali l’Audace F.B.C. di Ravenna, prima società romagnola ad aderire ufficialmente alla F.I.G.C., ed il Forlì F.B.C., che nel 1920 diede invece al Consiglio Direttivo del C.R.E. il primo membro romagnolo. I tempi però erano turbolenti e difficili: nell’aspro clima politico e sociale del dopoguerra stava maturando la “scissione” calcistica nazionale. Già nel 1920 il tentativo di fondare un nuovo ente (la “L.I.G.C.”), attuato dalle società piemontesi spalleggiate dalle liguri, era stato sventato in extremis sostituendo quasi tutto il Consiglio Federale eletto da poche settimane. Sia pure con modi e motivazioni diverse, la secessione si concretò invece nel 1921. In sostanza le società più potenti, rappresentanti soprattutto i grossi centri del Nord Italia, reclamavano un campionato superiore dedicato interamente a loro, ma nell’Assemblea generale della F.I.G.C. tenutasi a Torino il 23 e 24 luglio 1921 esse si trovarono in minoranza, cosicché i rappresentanti dissidenti abbandonarono la riunione, andando a costituire un nuovo organismo: la “Confederazione Calcistica Italiana” (C.C.I.), con sede a Milano. Va segnalato che proprio nel 1921, alla vigilia della secessione, una squadra emiliana aveva raggiunto per la prima volta una finale di campionato (perduta dal Bologna contro la Pro Vercelli), a testimonianza della vitalità e del buon livello raggiunti in quel periodo dal nostro calcio, le cui cifre riguardanti i soli tornei ufficiali sono eloquenti: Il 1921-22 vide quindi la disputa di due campionati: quello dell’ente regolare, la F.I.G.C., che però raccoglieva solo formazioni di secondo piano, e quello dell’ente secessionista, la C.C.I., dove invece giocavano le squadre migliori. Il presidente del Comitato Regionale Emiliano, Cesare Gibelli, presente all’assemblea torinese del 24 luglio 1921 come Consigliere Nazionale, aveva aderito alla scissione in quanto vice-presidente del Bologna ma, responsabilmente rimasto al suo posto di dirigente regionale in attesa di passare le consegne al successore, concluse il suo mandato ad inizio settembre con la relazione di fine esercizio, da cui risultava un avanzo di cassa di lire 7.607,25. Il C.R.E. si era ricostituto un po’ in sordina il 2 settembre 1921, eleggendo il nuovo C.D. e il nuovo presidente Angelo Orlandi in un’assemblea cui solo 14 società avevano aderito (un quarto delle aventi diritto), a testimoniare il disorientamento che regnava in quelle confuse settimane. A conti fatti, però, in Emilia Romagna la scissione non risultò massiccia: solo tre società della categoria maggiore (Bologna, Modena e Mantova) e altre tre minori preferirono lasciare la Federazione per passare alla nuova “Confederazione”. Tuttavia fu subito chiaro che la vita per il nuovo Comitato sarebbe stata assai dura. Fin dal suo insediamento, avvenuto il 19 settembre quando Orlandi potè presiedere la prima riunione dei rappresentanti regionali rimasti fedeli alla Federazione, i problemi si presentarono numerosi e difficili. La torbida situazione sociale e politica dei tempi favorì ben presto lo stabilirsi nel campionato emiliano di un clima violento ed indisciplinato, che non fu possibile frenare nemmeno con le severissime misure repressive promosse da Orlandi in persona. Anzi, queste ultime alimentarono feroci polemiche soprattutto dopo i gravi episodi accaduti a Ferrara il 20 novembre 1921 nella gara S.P.A.L. - Virtus. Per colmo di sfortuna in quella disgraziata domenica anche sui campi di Parma e Carpi accaddero deplorevoli incidenti, cosicché su società e tesserati si rovesciò una pioggia di sanzioni. La gazzarra che ne nacque, propagatasi in breve allo stesso Comitato, spaventò talmente Orlandi che il 24 novembre diede le dimissioni, peraltro respinte il giorno dopo dal Consiglio Direttivo. Alla seduta di quest’ultimo, però, aveva partecipato anche l’avv. Giuseppe Cavazzana della Presidenza Federale, che inviò un immediato rapporto in sede a Torino. Il giorno seguente, 26 novembre, la Presidenza della F.I.G.C. sciolse d’autorità il C.R.E. ormai ingovernabile e, a norma di Statuto, Orlandi si ritrovò nominato Commissario Federale per l’Emilia. Ma l’ex-presidente non ne voleva più sapere, e per trarsi d’impaccio chiese aiuto al prof. Luigi Pasquinelli, giovane arbitro stimato e promettente che aveva conosciuto quando entrambi erano soci del Bologna. Si venne ad un compromesso: Orlandi rinunciò il 6 dicembre anche alla carica di Commissario, ed al suo posto la Presidenza Federale nominò due giorni dopo Pasquinelli stesso, che con generale soddisfazione il 13 dicembre assumeva ufficialmente la carica di Commissario Federale emiliano; e la mantenne finché nella primavera 1922 la situazione consentì di eleggere il nuovo Consiglio Direttivo del C.R.E. di cui divenne egli stesso presidente (25 marzo). In campo Confederale le cose erano andate in modo un po’ più tranquillo, viste anche le poche adesioni raccolte. Aperto a Bologna un “Commissariato Temporaneo per l’Emilia” (C.C.I.), l’ex-presidente del C.R.E. Cesare Gibelli riuscì in poche settimane a raggiungere il numero di dieci società affiliate previsto per la costituzione della “Direzione Regionale”, che venne poi regolarmente eletta alla fine di novembre con Gibelli direttore e Giuseppe Zanetti segretario; la sede fu stabilita presso il direttore stesso, in via de’ Musei 1 a Bologna. Riforme dopo la riunificazione
L’auspicata riunificazione calcistica nazionale sotto l’egida della F.I.G.C., profilatasi già nella primavera 1922 ed effettivamente avvenuta il 26 giugno, portò alle necessarie riforme dei regolamenti e dei campionati: dal 1922-23 le “Categorie” diventarono “Divisioni” (sul modello anglosassone); la 1.a e la 2.a Divisione sarebbero state a carattere nazionale, gestite da due nuovi organi: Lega Nord e Lega Sud. Le altre Divisioni (dalla 3.a alla 6.a) sarebbero state organizzate invece dai Comitati Regionali, il cui ruolo veniva così definitivamente ricondotto ad un ambito più locale. Al C.R.E. il rinnovamento fu completo a cominciare dal presidente: il 14 settembre 1922, nella prima assemblea emiliana dopo l’unificazione, fu eletto il M° Giuseppe Zanetti, che aveva già rivelato la sua straordinaria abilità di organizzatore, e destinato di lì a poco a ricoprire un’alta carica nazionale. Nuovi anche i campionati (3.a, 4.a, 5.a e 6.a Divisione) che videro al via diverse nuove società. Queste ultime furono in costante crescita fino al 1926 quando, a seguito delle riforme di cui si dirà più avanti, nacque la “Divisione Nazionale”, anticamera della futura “Serie A”, e l’allargamento della 1.a e della 2.a Divisione richiamò verso l’alto un gran numero di squadre, impoverendo i campionati di base. Abolite le Divisioni più basse, del 1926 al 1930 in Emilia si potè giocare la sola 3.a Divisione, con un numero di partecipanti sempre inferiore alla trentina. Dalla metà degli anni ’20 in poi il declino del calcio regionale, nella nostra come in tutte le zone d’Italia, fu la logica e naturale conseguenza dell’avanzata dei grandi clubs, nelle cui mani stava ormai per concentrarsi quasi tutto il patrimonio economico del football italiano. Infatti importanti avvenimenti erano andati maturando nelle ultime convulse stagioni, a cominciare dal burrascoso epilogo del massimo campionato 1924-25 (per intendersi, quello delle cinque finali tra Bologna e Genoa che portarono per la prima volta il titolo di Campione d’Italia in Emilia). Era sempre più evidente l’inadeguatezza delle strutture federali di fronte al crescere delle dimensioni e dell’importanza del movimento calcistico nazionale: regolamenti insufficienti, impreparazione e improvvisazione si riflettevano negativamente tanto ai vertici quanto alla base della F.I.G.C. Le vicende di ordinario disagio del Comitato Regionale Emiliano in quello stesso anno 1925, l’ultimo della presidenza del M° Zanetti, rispecchiano fedelmente la confusa situazione generale. Non che i due anni precedenti fossero stati molto più agevoli per il C.R.E., travagliati da polemiche e dimissioni di consiglieri. Tuttavia l’assemblea emiliana tenutasi il 7 settembre 1924 (appena 23 delegati presenti...) aveva confermato il M° Giuseppe Zanetti come presidente, con Napoleone Tedeschi nuovo segretario, entrambi di Bologna. Per la prima volta in quest’occasione Zanetti aveva presentato anche una relazione morale e finanziaria della stagione appena terminata, come stabilito da recentissime normative che tendevano a favorire la possibilità di controllo e di critica sull’operato del C.R.E. da parte delle società dipendenti. Erano stati poi eletti i membri del Consiglio Direttivo: cassiere il dr. Mario Santandrea (Bologna), componenti i signori Cesare Rossi, Raffaele Scorzoni e Giuseppe Bosi (tutti di Bologna), Angelo Trioni (Ferrara), cav. Odoardo Gandolfi (Modena), Coriolano Ferrini (Forlì), Regolo Ferretti (Reggio Emilia) dimessosi poi il 7 aprile 1925, ed il col. Filippo Bentivoglio (Parma), quest’ultimo dichiarato decaduto per assenteismo il 9 dicembre 1924 e sostituito il 30 dicembre da Francesco Borghi di Faenza, regolarmente eletto a seguito di referendum tra i sodalizi affiliati. Alle riunioni di C.D. avrebbero assistito anche il cav.uff.ing. Riccardo Righetti (Bologna) per la Commissione Tecnica, ed il M° Ermete Alfieri (di Bologna) in qualità di rappresentante della Commissione Arbitri Regionali (C.A.R.). Una così nutrita ed eterogenea schiera di persone (vi si trovavano arbitri effettivi, dirigenti di società e persino il famoso atleta Ermete Alfieri, che disputò decine di gare di atletica leggera per la Virtus di Bologna, riportando numerosi allori e medaglie nonché records nazionali) non poteva obbiettivamente essere giustificata dal numero delle società dipendenti, appena una quarantina, iscritte a soli quattro campionati di ridottissima entità e durata. Anzi, il già poco snello funzionamento dell’ente ne veniva ulteriormente appesantito, considerato poi che il differente grado di competenza dei membri, qualche inevitabile interesse campanilistico e persino accenni di schermaglie politiche davano luogo a lunghe discussioni anche su questioni di trascurabile importanza. Aggiungiamo che, nonostante la giustizia sportiva venisse amministrata collegialmente nelle riunioni ordinarie di Comitato, ai membri era fatto obbligo di presenziare soltanto una seduta ogni tre, pena la decadenza dalla carica (ma anche su ciò si chiuse spesso un occhio); che l’approssimativa preparazione degli arbitri regionali, testimoniata da alcuni verbali dell’A.I.A., ed i confusi regolamenti in tema di tesseramento originavano dopo ogni gara pletore di reclami per la cui disamina si impiegavano talvolta mesi; ed infine che il presidente in persona, Giuseppe Zanetti, ogni tanto scendeva in campo per arbitrare partite di 3.a e 4.a Divisione, non si sa se per tenersi in allenamento o per sorvegliare più da vicino l’andamento dei campionati... . La "Carta di Viareggio"
Degli stessi mali, in proporzione perfino maggiore, soffrivano i compositi quadri federali delle Leghe Nord e Sud, che a colpi di assemblee, ricusazioni, dimissioni, minacce di scissione ed altro si affrontavano aspramente sulla questione del nuovo assetto da dare alla struttura calcistica nazionale. Anche tra le società serpeggiavano malcontento ed indisciplina riaffacciandosi, con il dissidio tra grandi e piccoli sodalizi, l’ombra di una nuova secessione, mentre la regolarità dei campionati era minacciata dalle intromissioni delle autorità di Pubblica Sicurezza: tra il 1924 e il 1926 fu proibito lo svolgimento di decine di gare (parecchie anche in Emilia Romagna), ritenute “a rischio” di perturbare l’ordine pubblico, ma spesso, in realtà, solo per impedire che un match di football si trasformasse in una manifestazione politica, magari contraria al partito che già dominava in Italia. La crisi ebbe il suo apice a metà del 1926, in seguito alle gravi vicende culminate tra maggio e giugno in uno sciopero arbitrale, tanto più inaudito se si pensa che il diritto a tale forma di lotta era già stato di fatto abrogato dal fascismo. Quest’ultimo colse subito l’occasione propizia per assoggettare al nuovo ordine politico anche il mondo del calcio, imponendo una decisa svolta in senso autoritario ed antidemocratico. Il 27 giugno 1926 Presidenza e Consiglio Federale della F.I.G.C. rassegnarono le dimissioni ma, anziché indire un’assemblea generale straordinaria delle società per il rinnovo delle cariche, il presidente uscente Enrico Olivetti demandò i propri poteri al C.O.N.I., già asservito al regime per tramite del suo presidente Lando Ferretti. Questi si mosse immediatamente: il 7 luglio nominò una Commissione di tre esperti (Italo Foschi di Roma, Giovanni Mauro di Milano e Paolo Graziani, presidente del Bologna) che, ritiratasi a Viareggio, in capo a pochi giorni elaborò una vera e propria rivoluzione dell’intero apparato calcistico. Il 2 agosto 1926 il documento detto “Carta di Viareggio” fu approvato dal Comitato Olimpico e reso immediatamente operativo. In tal modo la Federazione veniva riorganizzata in senso strettamente gerarchico: al vertice fu insediato un “Direttorio Federale”, a presiedere il quale si chiamò il potente gerarca romagnolo (ma bolognese di adozione) Leandro Arpinati. Sciolti sia i Comitati Regionali che le due Leghe Nord e Sud, vennero creati in loro vece nuovi organi dipendenti: il “Direttorio Divisioni Superiori” per l’organizzazione dei campionati maggiori, i “Direttori Divisioni Inferiori” Nord e Sud, i “Direttori Regionali” ed il C.I.T.A. (Comitato Italiano Tecnico Arbitrale), in sostituzione della disciolta A.I.A., che pagava così a caro prezzo lo sciopero di due mesi prima. Direttorio e Presidenza Federale avrebbero provveduto d’autorità alle nomine dirigenziali negli Enti dipendenti, escludendo qualunque intervento societario o assembleare. Con la cessazione della elettività delle cariche federali scomparve ogni forma di democrazia dal nostro calcio, vittima e complice allo stesso tempo di questo vero e proprio “colpo di stato”. Esso si completò nel 1927 con l’assoggettamento al benestare degli “Uffici Provinciali Sportivi” (emanazioni del partito fascista) di ogni nomina dirigenziale in qualsivoglia società affiliata al C.O.N.I. In tal modo centinaia di dirigenti e di sportivi, che negli anni precedenti avevano fondato e sostenuto unicamente con la propria passione e sovente con i propri denari tante squadre di calcio, si trovarono d’un tratto messi da parte. Alcuni di essi poterono tornare ai loro posti solo nel dopoguerra. Intanto Leandro Arpinati, assunto il comando del calcio italiano, attuò subito il trasferimento della sede F.I.G.C. da Torino a Bologna, in vista della definitiva collocazione a Roma avvenuta nel giugno 1929. Tralasciando ogni giudizio sul suo ruolo politico, Arpinati resta comunque una eminente figura di sportivo, instancabile promotore di numerose opere ed attività in tutte le discipline. Nel corso del 1925 aveva forse favorito l’avvento alla presidenza del Comitato Regionale Emiliano del prof. Luigi Pasquinelli in sostituzione del M° Zanetti, che la Commissione di Viareggio, ispirata da Arpinati stesso, chiamò poi nell’agosto 1926 alla Segreteria Federale per affidargli la delicata e prestigiosa carica di Segretario - Cassiere nazionale. Il “Direttorio Regionale” (1926 - 1933)
Periodo di transizione Le mutate condizioni politiche indussero, oltre ai “cambi della guardia” nelle cariche delle varie federazioni sportive, anche novità formali, che dovevano segnare la definitiva affermazione del nuovo ordine fascista. Si è visto come il termine “Comitato”, retaggio della vecchia Italia democratica, fosse stato soppresso e sostituito da “Direttorio”, di stampo più rivoluzionario; ed anche la carica di “Segretario”, giudicata incompatibile con lo stile del nuovo regime, venne quasi ovunque abrogata. “Direttorio Regionale Emiliano” fu quindi la denominazione del nostro organismo calcistico a partire dal 2 agosto 1926. Al suo vertice era stato confermato (10 agosto) il prof. Luigi Pasquinelli, già presidente del C.R.E. dal 19 dicembre 1925, giorno in cui era stato eletto con un referendum postale (!) tra le società per sostituire il dimissionario M° Zanetti. Pasquinelli era stato un arbitro di ottimo spessore tecnico, e vantava già una pluriennale militanza calcistica nonostante avesse appena ventisette anni, non aderente al nuovo regime politico ma ugualmente stimato dalle gerarchie sportive del l’epoca per la sua riconosciuta competenza ed autorità. I ranghi del Direttorio Regionale furono invece energicamente sfoltiti, in considerazione degli emendamenti apportati dalla Commissione di Viareggio alle Carte Federali che prevedevano ora tre soli membri per regione. Inizialmente rimasero quindi in organico, oltre a Pasquinelli, il dr. Enrico Bassani di Ferrara e Coriolano Ferrini di Forlì, entrambi di nomina federale. L’ing. Gino Canevazzi di Modena e l’ing. Federico Sani di Ferrara assistevano il Direttorio come Fiduciari Regionali rispettivamente dell’U.L.I.C. e del C.I.T.A. (Federico Sani, qui alla sua prima carica ufficiale, avrà in seguito una luminosa e lunghissima carriera di dirigente arbitrale nazionale, presidente del C.I.T.A. stesso dal 1934, poi vice-presidente dell’A.I.A. e presidente della C.A.N. fino al 1958). Dal settembre 1928 Canevazzi e Sani entrarono comunque a far parte del D.R.E. come membri a tutti gli effetti. Tra l’altro all’inizio della seconda stagione del Direttorio, precisamente il 25 agosto 1927, fu ufficialmente consolidata la dipendenza delle società di Mantova dall’Emilia, iniziata un quindicennio prima, mentre Piacenza gravitava sempre più stabilmente sul Direttorio lombardo. Con l’occasione al D.R.E. fu anche assegnata la giurisdizione sportiva sulla vicina Repubblica di San Marino (ma per vedere all’opera squadre del Titano l’attesa si protrarrà oltre trent’anni...). In quello stesso periodo la schiera dei clubs emiliani affiliati ammontava a 43 unità (sulle 400 dell’intera F.I.G.C.), preceduta come importanza solo dai Direttori Lombardo, Ligure, Piemontese, e Veneto; per numero di tesserati, invece, con i suoi 1249 calciatori e 96 arbitri la nostra regione si poneva al quarto posto in Italia. Nonostante queste cifre abbastanza confortanti, gli otto anni durante i quali il D.R.E. fu guidato dal prof. Pasquinelli non furono dei più facili, sia per la già citata contrazione dei campionati minori a vantaggio di quelli su base nazionale, sia per la crisi economica che dal 1930 afflisse anche l’Italia costringendo un gran numero di società, soprattutto piccole, a chiudere i battenti, come si può in parte evincere dal riassunto qui riportato: Inoltre, pur avendo ereditato la 2.a Divisione, che divenne così regionale dal 1930-31 affiancandosi alla 3.a Divisione, i Direttori subivano in misura crescente la concorrenza dell’U.L.I.C., ente fondato durante la Grande Guerra da alcuni dissidenti, e sul quale vale la pena di fornire ragguagli maggiori, data l’importanza che esso ebbe nel movimento calcistico regionale e nazionale dell’epoca. . L’”U.L.I.C.”
L’”Unione Libera Italiana del Calcio” era nata a Milano il 1. settembre 1917 come naturale risposta al disinteresse mostrato dalla F.I.G.C. per i campionati giovanili, e conobbe subito una rapidissima diffusione soprattutto nel Nord Italia. Il suo fondatore, dr. Luigi Maranelli, ed il gruppo di pionieri che attuarono l’iniziativa costituirono una struttura simile a quella dei cosiddetti “enti di propaganda” dei giorni nostri, con tre campionati base (1.a / 2.a Categoria e Boys) dai costi contenuti, tesseramenti ed affiliazioni di semplicissima pratica, senza necessità di possedere un proprio campo di gioco grazie a varie convenzioni che consentivano l’utilizzo a turno di quelli esistenti. Poteva a richiesta essere organizzato qualunque tipo di torneo; abbastanza in voga anche il calcio a sette o sei giocatori, precursore dell’odierno “calcetto”. Notevole la presenza di sponsor, che spesso sovvenzionavano interi tornei, ed i cui marchi comparivano sulle maglie delle squadre già negli anni ’20. L’esempio di Maranelli fu raccolto subito a Modena da alcuni appassionati, tra cui l’ing. Gino Canevazzi, rilevante figura del calcio minore modenese, animatore e presidente della Lega Giovanile Emiliana nel secondo dopoguerra, Consigliere Nazionale della F.I.G.C. fino alla sua prematura scomparsa avvenuta il 19 ottobre 1957. Canevazzi ed altri collaboratori fondarono a Modena nell’ottobre 1917 il primo Comitato U.L.I.C. italiano, presidente il celebre sportivo Ettore Forghieri, facendo così sopravvivere il calcio nella nostra regione anche nei tristi mesi di guerra seguiti alla ritirata di Caporetto. I “liberi” traevano in parte origine dagli “indipendenti”, una forma di aggregazione sportiva ancora più aperta nata negli anni ’10, e che in Emilia aveva già dato vita ad alcuni campionati organizzati con tanto di vincitori provinciali. Perché questi calciatori si proclamavano “liberi” ? Perché, almeno inizialmente, non esisteva nemmeno l’obbligo del tesseramento, cioè del “vincolo” per eccellenza. In pratica, giocava chi voleva e quando voleva: più liberi di così... Dal 1918-19 si disputarono anche le finali nazionali, in cui l’Emilia dominò a lungo, rappresentata soprattutto dalle società modenesi. Nel 1921-22 una di queste, i Giovani Calciatori, portò per la prima volta l’ambìto titolo di Campione assoluto nella nostra regione, sconfiggendo sul terreno neutro di Como la U.S. Fert di Torino. Da notare che nella medesima giornata si giocarono sia le semifinali che la finalissima! L’anno seguente (1923) fu la volta del Villa d’Oro F.C., che giocando la finale a Modena si aggiudicò il titolo superando i milanesi della Fortitudo, ripetendosi poi la stagione successiva (1923-24) a Fiorenzuola d’Arda contro l’A.C. Lombardia. Nel 1924-25 il titolo rimase ancora sotto la Ghirlandina per merito della squadra dello S.C. Leoni, vincitrice a Torino sul terreno della locale Virtus, mentre nel 1927-28 salirono alla ribalta i mantovani della Libertas 23.a Legione Mincio, che nella finalissima di Arezzo prevalsero contro la Virtus Goliarda di Roma. In questi anni l’U.L.I.C. crebbe velocemente con la nascita di molti nuovi Comitati, tra cui Bologna, costituito il 7 ottobre 1922 da due giovani sodalizi di Borgo Panigale, l’A.P. Libertas e il Panigal S.C., e sviluppatosi poi dall’anno successivo con l’arrivo di Eraldo Corradini, Gualtiero Veronesi e soprattutto di Luigi Pasquinelli, reduce dalla sua prima esperienza come presidente del C.R.E. Sorsero in breve altri Comitati a Reggio Emilia, Piacenza e Parma, mentre a Ravenna operò nel 1924-25 la “Federazione Calcistica Romagnola Liberi” (F.C.R.L.), singolare quanto breve esperimento alternativo di autonomia calcist |
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